Sembra che ammonti a circa 40 miliardi la cifra stanziata dalle istituzioni internazionali ( e in parte reperita dai fondi dei privati) interamente destinata alla costruzione di tecnologie volte alla difesa dell’ambiente, soprattutto per i paesi emergenti che possono contare su politiche ancora troppo scarne e poco convincenti.

Questo è l’ultimo bilancio reso pubblico dai Cif (Climate investment funds), ovvero i fondi nati per gli investimenti nelle energie alternative, giunti al loro primo anno di vita e che possono contare, oramai, sulla sovvenzione e sulla garanzia delle cinque principali banche presenti al mondo, che solitamente raccolgono le donazioni provenienti da tutto il mondo tranne, ahinoi, dall’Italia.

Purtroppo dei Cif si parla poco, e molta è la confusione al riguardo, ma è importante sapere che durante il primo anno il board che li gestisce ha dato vita a ben nove progetti per un capitale complessivo di 3,2 miliardi di dollari in fondi diretti, più altri 27 in contributi dei privati coinvolti nell’iniziativa.

Oltre a questi si paventa la realizzazione di altri sei importanti progetti il cui budget sembra essere stato già fissato e le località prescelte dovrebbero essere Indonesia, Cile, Kazakhstan, Nigeria, Ucraina e Colombia.

Per poter ottenere i fondi serve un impegno concreto che mira a palesare una forte collaborazione tra pubblico e privato, ma soprattutto serve un progetto importante in grado di dimostrare i maniera concreta, la riduzione del tasso di inquinamento che sappia implementarsi su larga scala.

Una opportunità importante sia per le aziende che per i Paesi coinvolti che possono dare il via ad una progettazione importante e consistente che sappia sfruttare le migliori tecnologie volte a proteggere il pianeta.

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